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Il principio della Crisi e le alternative fondamentali dell'Uomo

Giuliano Ferrara

direttore de Il Foglio

prof. Pierre Manent

École des hautes études en sciences sociales

Sabato 28 marzo 2009, ore 17:00

Teatro Civico, via A. Mirabello,
Tortona (AL)


Nel divenire opaco e travolgente delle nostre società è diventato difficile discernere i tratti decisivi di un’epoca e le alternative fondamentali della nostra condizione. Tutto sembra in “crisi”, la nostra capacità di comprensione come le istituzioni sociali e gli antichi principi che le avevano ispirate e di cui esse vivevano. La nostra perplessità causale – di chi è la colpa? qual è la causa di tutto ciò? – è a misura dell’impotenza del nostro agire politico e dell’inquietudine con cui guardiamo al futuro. La comprensione della configurazione presente delle cose, del nostro convivere, della nostra “identità”, non può più esser disgiunta dal riconoscimento della causa dei nostri mali. Torniamo al principio.

“Principio” è ciò che è all’origine di un fenomeno, la sua causa prima appunto, ma anche ciò che opera in esso, che lo fa muovere, che lo rende quel che è: primo giorno, origine, ma anche oggi, qui, noi. Qual è il principio delle nostre inquietudini, dei mali di cui la cronaca registra senza sosta la successione, della nostra impotenza a farvi fronte? E poi, tra le tante, quale patologia è davvero responsabile della debolezza dei nostri corpi politici? Dice qualcosa anche dell’obnubilamento del nostro giudizio quotidiano sulle cose e sui noi stessi?

Non ci stanchiamo di registrare e vivere le malattie della nostra società – le crisi che riempiono i discorsi della piazza, i giornali del mattino, persino i momenti di solitudine -, di scontrarci sulle possibili cure, ma insorgiamo indignati o impauriti davanti al tentativo esplicito e consapevole di “dire il loro nome”. Dopo tutto, sembriamo non credere affatto nella capacità della ragione di trovare le cause prime dei nostri problemi più importanti: per la “cultura” manteniamo il più grande rispetto – siamo in Italia! -, ma “la vita vera è un’altra cosa”. Ci ritroviamo così insoddisfatti e stupiti davanti al susseguirsi sempre più allarmante di brutte notizie, che lo specialista di turno si incarica di spiegarci, lasciando però intatta la nostra percezione che oggi “è tutto troppo complesso” e che “ci aspettano anni duri”. Anche le notizie essenziali finiscono per perdersi nell’interessante mercato della sensazione e della novità. Alla fine di Bin Laden non si sa più nulla, l’economia moderna è sempre stata “distruzione creatrice”, e delle biotecnologie si interessano ogni tanto i “filosofi”: arrivare alla fine del mese è un’altra cosa, soprattutto di pane vive l’uomo… Il mondo sopravvivrà anche questa volta. Si può anche non decidere.

Per quanto faticoso, frivolo o vanaglorioso possa risultare alla “filosofia” diffusa di questi anni, è anche di uno sguardo unitario sulla salute delle nostre anime e delle nostre città che abbiamo bisogno. E di una parola ragionevole ma “eloquente” che sappia dare un nome al principio delle nostre, sempre nuove, difficoltà. Come rivolgere quello sguardo verso le alternative fondamentali che abitano anche il nostro tempo - perché inscritte nella nostra condizione - pur riconoscendo i tanti volti e le tante rilevanti questioni che definiscono il sublunare in questo momento storico? A quale voce principale dar ascolto nel concerto un po’ assordante della nostra conversazione civica? Qual è il nostro vero problema? E infine, oggi come sempre, come può la politica parlare della vita, “rendere presenti” le nostre possibilità più alte, pur restando prudente e consapevole dei suoi limiti e delle sue ombre?

Proponiamo oggi ai nostri ospiti un esercizio di questo sguardo unitario sul fenomeno umano e sulla sua irriducibile ricchezza, un tentativo di decifrazione dei nostri tempi rispetto a tre questioni principali.

La principale crisi del nostro tempo

Cosa vedere dietro l’incontrollabile molteplicità di discorsi sulla nostra situazione contemporanea, di diagnosi epocali, di allarmi profetici o ricette scientifiche?

La nostra generazione era nata disinvolta, fiera e libera, ed è ovunque inquieta quando non rassegnata. I nostri corpi politici pensavano di essere usciti dalla Storia, di aver vinto l’ultima guerra, e devono ora far fronte a problemi sempre più gravi, ormai privi della fiducia in sé e nella propria missione universale. Non trovano nemmeno più il timone, non sanno più tessere le “differenze”. Solo la scienza e il “processo” sembrano avanzare senza ostacoli e timori. In ognuno di noi – lo dicono i sondaggi… – un’ansia che pare ormai metafisica tanto abbraccia innumerevoli campi dell’esperienza quotidiana, tanto permea di sé anche le nostre più radicate convinzioni. Si può dare un volto a queste crisi? Omero non è mai nuovo, ma ogni settimana ha la sua, e il mondo non dovrebbe essere “mai più come prima”: crisi del multiculturalismo, della politica, dell’autorità, delle classi dirigenti, del sistema finanziario, della globalizzazione, dei legami sociali, dei valori, dell’Unione Europea, del capitalismo, dell’educazione, persino del calcio italiano….. Dove fissare lo sguardo? Qual è la principale crisi del nostro tempo?

Ordine politico e ordine dell’anima

Ad ogni ambito della nostra vita, in primis ovviamente al “Privato”, vogliamo preservare il suo principio d’azione – la sua intangibile legittimità -, ma una saggezza antica ci aveva insegnato che al modo d’essere della nostra vita comune corrisponde per vie misteriose quello della nostra anima. L’esistenza politica dice qualcosa di noi. Del resto, anche oggi sembra che la crisi dell’anemica democrazia italiana, dell’Europa periferia-del-mondo, delle nostre società in via di decomposizione, non viva altrove che nelle coscienze di Giulio, Pietro o Giuliano, di molti di noi. Quale legame stabilire, allora, tra le difficoltà delle società in cui viviamo e la filosofia morale che orienta le nostre scelte di “individui, cittadini, credenti”? Tra le decisioni politiche che ci attendono e il principio-guida che informa la nostra esperienza nei vari ambiti in cui ci troviamo coinvolti – la scuola, il posto di lavoro, la famiglia? Tra il diritto soggettivo che rivendichiamo nella definizione di tutti i nostri contenuti di vita e l’incapacità di agire politicamente dell’Italia, della Francia o dell’Europa? Ritroviamo forse quella lontana saggezza: il modo in cui decidiamo, spiritualmente e concretamente, di quel che vogliamo essere come corpi politici è specchio imperfetto della decisione che prendiamo su noi stessi. Come legare oggi i due momenti? Come decidere del nostro destino?

Come dobbiamo vivere? Che fare?

Infine, ovviamente, la domanda più importante e senza tempo nella sua traduzione contemporanea: come dobbiamo provare a vivere in questa urgenza permanente? Da dove partire per intraprendere di nuovo il tortuoso e incerto cammino che conduce alla salute dell’anima e a quella della Città? Da un nuovo “principio” di vita, che non si limiti più alla rivendicazione individualista e soggettivista? Dal sacrificio dell’intelletto del ritorno tra le braccia di un’antica Verità? Dalla prosaica ma nobile assunzione del compito quotidiano? Dalla capacità di fare affidamento sull’azione collettiva, sul governo e sugli uomini che ne incarnano la missione storica? Dal cedimento sublime dell’amore disinteressato dell’altro, volto dell’Uno o semplice membro della famiglia umana? Dal recupero di una forma politica determinata – la nostra città, l’Italia, l’Europa? - in cui mettere in comune parole e azioni, in cui attualizzare ogni giorno la nostra umanità divenendo “più grandi di noi” e ricercare la sola “via d’uscita” che conta, quella della caverna in cui brancoliamo da sempre? Insomma, che fare per uscire dalla “crisi”? Quale sarà il “primo passo” all’uscita da questa conferenza per riappropriarci del nostro presente, per dar forma al nostro destino, per essere di nuovo qualcosa e sperare?


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