Il nostro compito. Tra crisi e speranze
Una città è quasi come un uomo. Ha un corpo, è composta da piazze, palazzi e rotonde, ma vive anche delle sue parole, degli obiettivi che si propone, dei principi su cui riposa e che danno un volto e un’anima ai suoi membri. Come in tutto ciò che riguarda gli uomini, la vita pubblica si attualizza nelle scelte concrete di tutti i giorni, in una “amministrazione” reale e ideale del quotidiano che vogliamo tutti efficace e vicina al cittadino, “a misura d’uomo”.
Ma per quale fine? A quale uomo?
Nei suoi primi cinque anni di attività, il nostro gruppo di amici ha inteso contribuire al dibattito della sua città tenendo vive queste domande, cercando pazientemente delle risposte, allargando talvolta l’orizzonte dei problemi. È stato un invito a guardare più lontano dei vari “partiti”, a ritrovare l’arte della deliberazione in un’età che tanti dicono eccezionale, in una vita che sembra ormai solo “cambiamento” e che ci sfugge dalle mani e dai pensieri. Non avevamo e non abbiamo una “scienza” da mettere in mostra, titoli di superiorità da presentare, o una qualche moralità da predicare. Per noi il vero impegno è nella comprensione della natura delle cose, non in uno sfoggio di indignazione rituale. Sentiamo confusamente che siamo esseri naturalmente politici e capaci di parola, di pensiero e di verità. L’abbiamo tradotto nelle nostre conferenze cercando di pensare la vita: l’amore della saggezza e la passione civile non sono per noi “discipline”, “cultura”, o “eventi”, ma virtù che vivono nell’interrogazione del presente e delle alternative fondamentali della nostra misteriosa condizione.
È questa “passione meditata” che non abbiamo voluto tenere per noi. Con Le opere e i giorni l’abbiamo messa in comune con la nostra città. Il nostro progetto è nato in una notte estiva del 2005, pochi anni dopo quel terribile giorno di settembre che pareva aver cambiato per sempre il mondo.
La percezione della crisi è una condizione che accompagna da sempre la nostra specie e di cui certe età fanno esperienza in forme più intense e inquiete, come fossero davanti ad un bivio, come fosse giunta l’ora di dire il proprio nome o subire la storia. È forse il nostro caso. Anche il nostro sembra un “tempo di disordini” in cui non si intravede più l’immagine del futuro.
Per noi, però, le virtù che consentono all’uomo di abitare con misura e fiducia il mondo non appartengono ad un’età irrimediabilmente superata: la speranza, come la prudenza o la fortezza, può essere una disposizione quotidiana, l’orizzonte vissuto del nostro tempo. Ci è sembrato che vi fossero buoni motivi per credere ancora in quella ragione che una plurimillenaria vicenda ci ha tramandato. Ci è sembrato valesse ancora la pena di interrogarci sulle possibili verità cui conformare il nostro agire, sui possibili orizzonti personali e collettivi verso cui indirizzare il nostro cammino.
Le crisi annunciano “decisioni politiche” e “scelte di vita”. Ne esistono forse di buone. Il nostro sforzo non sarà stato vano, e non lo sarà, se potremo ancora condividere con la nostra comunità questa difficile ma nobile ricerca. I tempi di disordini pubblici – diceva un saggio – invitano alla meditazione.
Alberto Artana, Paolo Bailo, Giulio De Ligio, Vittorio Pessini, Tommaso Porta, Nicholas Scalino, Cesare Silla
